giovedì 7 febbraio 2013

La famiglia Fang - Kevin Wilson

Titolo: La famiglia Fang (originale: The Family Fang)
Autore: Kevin Wilson

Editore: Fazi, 2012

Traduzione: Silvia Castoldi

Pagine: 397

Prezzo: copertina rigida € 18,00







Caleb e Camille Fang sono sposati e hanno deciso di fare della propria vita uno spettacolo continuo, nel quale hanno coinvolto da sempre anche i due figli, due bambini, Annie e Buster. A e B – come li chiamano i genitori, spacciandoli per nomi d’arte – sono parte integrante delle loro continue e assurde performance caratterizzate da un intento provocatorio nei confronti del pubblico il quale – di volta in volta – si ritrova, ignaro e in situazioni ordinarie, ad assistere ad eventi che creano confusione e lasciano il segno. Uno dei set privilegiati dai Fang è il centro commerciale, dove possono sbizzarrirsi e inscenare meglio le loro “sceneggiature” e dove il pubblico passivo è sempre presente. Spesso, nelle messinscena recitano la parte di persone estranee tra loro e si calano perfettamente nel personaggio. Il risultato ultimo delle loro performance è una perplessa e sbalordita confusione tra chi vi ha assistito e la loro intima soddisfazione di aver generato caos, di aver smosso le acque. Perché questo? Per puro amore verso l’arte. Sì, perché i Fang hanno sempre in bocca questa parola. Arte, arte, arte. Amore per l’arte. I signori sono artisti, mica ciccia. Sono artisti e sono fieri di esserlo. Sono fieri di aver dato se stessi e i loro figli alla mamma arte. Non importa se privano i figli di una vita normale, tranquilla. Non importa se li privano di genitori normali. Non importa neanche se non hanno dato ai loro figli alcuna possibilità di scelta. Sono, anzi, estremamente convinti che i bambini siano stati fortunati perché figli dell’arte in quanto figli loro.
Eh beh, sì. Come dire che due più due fa quattro, no? Sorvoliamo. Due personcine che tutti vorrebbero avere come genitori, insomma.

Durante l’adolescenza di Annie e Buster, succede qualcosa che fa decidere i ragazzi per l’allontanamento definitivo dai genitori. Caleb e Camille, infatti, superano il limite durante un’occasione ben precisa, che verrà svelata a storia inoltrata.

Ormai adulti, i due ragazzi si destreggiano tra gli eventi delle rispettive vite, finalmente liberi da tempo dalla presenza opprimente e totalizzante dei genitori. Annie è diventata un’attrice, mentre Buster ha scritto un paio di romanzi. Un giorno, però, a causa di un incidente, Buster si trova a dover tornare a casa per la convalescenza e Annie, vista la sua situazione abbastanza problematica sia sul piano lavorativo che su quello sentimentale, si lascia convincere dal fratello e decide alla fine di correre in suo aiuto per non lasciarlo solo coi genitori e torna a casa anche lei.

I genitori sono naturalmente invecchiati, eppure l’incubo ricomincia nel momento stesso in cui si ritrovano di nuovo tutti e quattro insieme. Proprio come ai vecchi tempi. Caleb e Camille si illudono che tutto possa tornare come un tempo – una botta in testa no, eh? – e sono al settimo cielo. Cercano di coinvolgere da subito i figli in una nuova performance, che però non finisce come previsto e falliscono. 

Qualche giorno dopo, si verifica l’evento cardine della storia. Quello che rappresenta la svolta e il turning point del libro. I genitori scompaiono in un modo che non lascia presagire nulla di buono. A quel punto i ragazzi sono sballottati tra i pensieri più disparati e mentre la polizia crede in una tragedia, Annie è fermamente convinta che sia l’ennesima messinscena e che lei e Buster non abbiano scampo. Devono per forza prendere parte al “gioco”. Inizia il viaggio dei due fratelli, l’incontro con un personaggio che potrebbe aiutarli e la scoperta di alcuni fatti. La fine del viaggio corrisponderà alla scoperta di numerose verità.  


Il mio giudizio personale è positivo. È un racconto strano, innanzitutto per il modo in cui è scritto. Ha uno stile asciutto, non pretenzioso, semplice e senza inutili fronzoli. Forse non è una scrittura molto affinata e ricercata, ma è spontanea e sa essere introspettiva in modo diverso dal solito e questo mi è piaciuto. Ho apprezzato il fatto che non è uno di quei libri che ti fa pensare che se avessee occupato la metà delle pagine impiegate sarebbe stato meglio. Strano anche e soprattutto per la storia non convenzionale, i contenuti e le tematiche. Sebbene all’inizio alcuni potrebbero faticare ad ingranare, una volta inserita la marcia giusta si comincia ad entrare nel vivo degli eventi fino ad arrivare verso metà libro, dove la svolta fa sì che da quel punto in poi sia difficile non essere curiosi di sapere cosa accadrà dopo.

La struttura del romanzo è divisa in due piani temporali, infatti si alternano capitoli in cui leggiamo dei flashback – precisamente, di volta in volta l’autore racconta una performance della famiglia Fang, partendo dagli anni in cui Annie e Buster erano bambini – a capitoli in cui leggiamo della vita attuale dei ragazzi e continuiamo a seguirli nel corso degli eventi. Penso che questo tipo di scelta sia congeniale alla storia. In questo modo, infatti, ci destreggiamo senza problemi tra eventi del passato, ciò che hanno provocato e le loro conseguenze sul presente e sui componenti della famiglia. Mi è piaciuta la scelta dei titoli dei capitoli sulle performance, ma non svelo nulla.

Inizialmente si fa fatica ad inquadrare i personaggi di Annie e Buster adulti e la loro caratterizzazione sembra carente, ma man mano che le istantanee del passato si avvicinano al presente ci appare sempre più chiara la loro personalità.
Annie ha solo due anni più di Buster, ma si comporta da sorella maggiore a tutti gli effetti, da sempre. Lo protegge, lo conforta e assume la guida anche nell’età adulta. Quasi a sopperire le mancanze date dal comportamento dei genitori. Sembra sempre lei la più forte.
Un aspetto molto importante, questo del rapporto tra i due fratelli. L’autore riesce a trasmettere costantemente la loro unione fin dall’infanzia e la loro tacita rassegnazione/consapevolezza rispetto alla situazione familiare. Questi due ragazzi sono stati fin da bambini vittime di genitori che definire sopra le righe sarebbe usare un eufemismo. Tutto in nome di cosa? Ah, sì, dell’arte. Per quanto si possa essere appassionati d’arte - o forse proprio se lo si è – si inorridisce nel leggere di determinati atteggiamenti, convinzioni o dialoghi dei genitori
Non ci si capacita di come possano essere così ottusi. Sono due personaggi che avrei volentieri preso a cartoni per quasi tutto il libro. La bravura di Wilson, a mio parere, è stata proprio quella di trasmettere queste sensazioni. Se la sua intenzione fosse quella di trattare l’argomento con un approccio di “denuncia”, direi che ci è riuscito. Coniuga la leggerezza negativa, l’ingenuità, l’ego dei genitori e ciò che fanno nella vita con le conseguenze che le loro azioni e le loro scelte hanno avuto sui loro figli. Questi due individui hanno completamente spersonalizzato i figli fin da bambini. Hanno imposto la loro scelta di vita e li hanno fatti sentire in dovere di partecipare a qualcosa a cui non avrebbero mai potuto sottrarsi solo per il fatto di essere nati in quella famiglia. Hanno privato i figli del loro individualismo e della loro identità, detto in altre parole. 

Se decidete di leggere questo libro, vi capiterà di assistere a scene assolutamente assurde e vi verrà parecchio nervoso. Vi pruderanno le mani. Insomma, avrete voglia di prendere a cartellate quei due deficienti, su. 

Una breve riflessione sulla copertina, a questo proposito. Sono stata attirata proprio da quella e dal titolo. Un’illustrazione semplice, colorata, ma strana. Interessante, ma con un che di inquietante. Fa presagire in modo efficace l’essenza della famiglia e della scelta di vita di Caleb e Camille imposta ai figli. Sulla copertina Annie e Buster, infatti, sono ritratti con due maschere. Il loro viso non si vede. Sono privi di una vera identità.

Il finale è a sorpresa e, anche lì, la voglia di prenderli a schiaffoni mi è rimasta. Lieto fine per i ragazzi che, almeno – non dico come, non dico cosa, non dico perché – riescono finalmente a liberarsi di questi due genitori ingombranti e a dare un taglio netto con la vita insieme a loro.

P.s.: tarlo personale. Fin dall’inizio, visto il contesto di vita familiare e la particolarità della storia, ho subito pensato che la scelta del nome di Buster fosse dovuta al grande Buster Keaton, uno dei maestri del cinema comico muto. Nel corso del libro poi, viene infatti citato un paio di volte in un altro contesto. Nessuno mi toglie dalla testa che il furbastro Wilson abbia scelto quel nome di proposito. Diventa palese.













venerdì 1 febbraio 2013

Buoni propositi per l'anno nuovo: prendere libri in biblioteca - parte 2


Sono un tantino in ritardo, sì.
Ormai il post pappardella è stato scritto, quindi ora posso davvero arrivare al dunque, al nocciolo della questione. Sì, ce la posso fare.
Vorrei dedicare questo post esclusivamente ai motivi per cui - per la sottoscritta - è un bene ed è bello prendere libri in prestito da una biblioteca e anche quali possono essere i contro. Ovviamente, lo dico a scanso di equivoci, queste sono solo mie idee, mie sensazioni e mie valutazioni. È quindi logico che per altri possa non essere così e sarei quindi contenta se nascesse uno scambio, un confronto.
Cominciamo.


I pro:

1) entrare in un posto strapieno di libri, che odora di libri.
2) poter scegliere qualunque libro uno abbia voglia di leggere, anche sulla scia del momento.
3) poter leggere libri in modo assolutamente gratuito.
4) trovare anche libri vecchi e/o con edizioni mai più ristampate.
5) potersi portare a casa più libri alla volta (salvo limite imposto dalla biblioteca).
6) avere a disposizione un numero di prestiti illimitato.
7) poter finire anche in poco tempo i libri presi in prestito, riconsegnarli e prenderne subito altri.
8) poter tornare sempre a casa con uno o più libri “in tasca”- vedi sopra (io uso un sacchetto di stoffa, a cui ho affibbiato il titolo di “sacchetto biblioteca”).
9) poter leggere in continuazione, un libro dietro l’altro, senza spendere un centesimo – vedi sopra.
10) avere la giustificazione del “è gratis!” a portata di bocca, per nascondere la dipendenza da lettura.
11) poter prenotare via internet i libri che in quel momento non sono disponibili perché già in prestito e poter tenere traccia delle prenotazioni - il problema è non farsi prendere la mano.
12) infine, ahimè devo dirlo, aiuta molto per questioni di spazio mancante. In camera mia non so più dove mettere i libri e sono finita a stiparli addirittura in una parte di armadio. Non dico altro.

È inevitabile che alcuni punti si ripetano o che si giri intorno allo stesso discorso. D’altra parte, sono tutti collegati. È una specie di domino, ai miei occhi. Se mettessi tra i pro anche “fascino di un luogo come la biblioteca” sarebbe troppo, vero? Hem.
In ogni caso, mi sono bastati neanche due mesi di pratica per assuefarmi. Non so quanto questo sia un bene, dato che un altro dei miei buoni propositi librosi per quest’anno è evitare di accumulare altri libri rispetto ai tanti che già mi aspettano da più o meno tempo. Aiuto.

Certo, come in tutte le cose e le situazioni, non mancano degli aspetti che possono essere considerati negativi, ma vale lo stesso discorso dei pro. È una visione puramente soggettiva.
I contro:


1) i libri non sono miei e quindi non mi rimangono.
Questo per me è forse il contro peggiore. Forse pecco di ottusità e possessività, ma a me piace un sacco leggere un libro che poi rimanga a me. Leggere un libro mio, insomma. Non ho mai scambiato un libro in tutta la mia vita, né ne ho mai venduti (se si esclude qualche testo scolastico, ma anche lì il discorso è lungo). Non ho mai nemmeno comprato un libro usato (discorso lungo anche qui, ma diciamo che credo si possa collegare al non riuscire a venderli: non riesco a vendere i miei perché sono miei, non riesco a comprarli usati perché non sono miei e per tutto ciò che comporta il fatto di essere passati dalle vite di altre persone).
2) i libri presi in prestito dalla biblioteca possono essere passati in mano a chiunque e, se questo aspetto da una parte potrebbe avere un certo fascino, e in effetti ce l’ha anche per me, dall’altra parte non mi ispira affatto che un libro sia potuto passare dalle mani e dalle case di chiunque. Leggo spesso che a molti piace appunto il libro rovinato e conciato. Lo chiamano “vissuto”. Io lo chiamo rovinato e conciato, per l’appunto. Quasi maltrattato. Tornando a noi e alla biblioteca: soprattutto quando ti ritrovi in mano un testo discretamente conciato e sospettosamente macchiato o incrostato di qualcosa. Sì, diciamolo. Non è bellissimo, per usare un eufemismo. 


Ho cercato di essere il più schematica e stringata possibile, questa volta, perché conosco i miei polli – la mia polla, anzi – e so che se mi fossi lasciata trasportare dalla “vena poetica” sarebbe finita male, come nel post pappardella ovvero la prima parte di questo discorso. Spero di non essere passata da un’atmosfera da fiamma del camino a una da ghiaccio acuminato e assassino che pende dal tetto, pronto a staccarsi nel momento esatto in cui passi sotto.   

Sono curiosa di sapere, se vi va di rispondere, cosa ne pensate e quali sono i vostri pro e contro, se usate o meno la biblioteca e via dicendo. Insomma: cosa, quando, come, perché.

Alla prossima!
 



lunedì 21 gennaio 2013

Il giocattolaio - Stefano Pastor

Titolo: Il giocattolaio

Autore: Stefano Pastor

Editore: Fazi, 2012

Prezzo: € 9,90 - versione ebook € 2,99

Pagine: 397









Massimo: ha undici anni e si è appena trasferito in un quartiere ormai in stato di decadenza, dove abita lo zio. Il bambino è rimasto orfano di madre e il padre non può più occuparsi di lui per cause di forza maggiore (verranno svelate poi). In ogni caso, Massimo non vuole più avere niente a che fare con suo padre e dopo quello che ha passato fino a quel momento, la sua ciliegina sulla torta è rappresentata da uno zio alcolizzato che, ovviamente, quando è sbronzo dà il meglio di sé.
Mina: ha quindici anni e vive praticamente da sola. Togliamo pure il praticamente. Dalla morte della madre, suo padre prende a fare viaggi di lavoro sempre più lunghi e ad accorciare sempre di più le puntatine a casa tra un viaggio e l’altro. La ragazza non dimostra gli anni che ha: è molto matura, risoluta, determinata, combattiva. Odia le ingiustizie del mondo e sente di dover in qualche modo fare la sua parte e aiutare, di volta in volta, chi è nei guai, chi ha problemi o chi semplicemente è più debole o ha un maggiore bisogno di aiuto e di avere qualcuno vicino. A causa di questa sua – anche – testardaggine buona, si caccia lei stessa, spesso, in situazioni che una ragazza di quell’età non dovrebbe sostenere e che probabilmente neanche un adulto sarebbe capace di affrontare.
Jon: ha sedici anni ed è da poco arrivato nel quartiere. I suoi nonni, che si occupavano di lui, sono morti e ora il ragazzo si ritrova come un nomade a girovagare e a spostarsi di luogo in luogo, cercando un lavoro e il modo di sopravvivere. All’inizio è abbastanza insicuro e sospettoso. L’inizio della sua avventura nel quartiere non è dei migliori, ma non immagina cosa lo aspetterà.
Il ragazzo incontra Peter(soprannome): l’uomo che gli offrirà un alloggio. Mina, in amicizia, lo chiama Peter Pan: un adulto in realtà mai cresciuto. Un individuo ingenuo all’inverosimile e fiducioso nel prossimo come solo un bambino sa essere. Ha un negozio di giocattoli ereditato dai genitori, diventato un banco dei pegni caduto in quasi disgrazia. Ormai nessuno va più lì e, come se non bastasse, ultimamente si spargono voci sul fatto che Peter importuni i bambini. Jon, infatti, viene messo in guardia da un altro ragazzo e così all’inizio non si fida affatto dell’uomo e si sente a disagio. Dovrà cambiare idea e rendersi conto che la realtà è molto diversa. Le voci su Peter sono alimentate anche e soprattutto dalla piccola serie di bambini scomparsi ultimamente dal quartiere e mai ritrovati. Due più due e, tac, la gente ha decretato il colpevole.

Un giorno Massimo incontra un altro bambino, Marco, che gli spiega di questi ultimi avvenimenti. Qualcuno sta rapendo, torturando e uccidendo dei bambini e lui vuole trovare i cadaveri. Massimo non vuole crederci e pensa che l’amico voglia solo spaventarlo. Si dovrà ricredere quando assiste, di nascosto, al ritrovamento puramente casuale del cadavere dell’ultimo bambino scomparso da parte di Mina e Jon. All’inizio la strada del bambino è separata da quella dei ragazzi, non si conoscono neppure, ma nelle tragedie che avranno luogo in quel quartiere finiranno per intrecciarsi inesorabilmente.
Mina decide di cominciare ad indagare sui fatti e nel frattempo Massimo stringe amicizia con Marco, che lo invita a casa sua e gli fa conoscere suo padre. Una casa magnifica, un padre magnifico. Marco ha tutto ciò che un bambino desidera. Ben presto, però, Massimo si renderà conto che quella superficie così perfetta nasconde qualcosa e capisce che non potrà più tornare indietro…


Ok, basta. Altrimenti, se leggerete il libro, non ve lo godrete. Non posso rivelare nulla.

E dunque! Vado subito al nocciolo, ora: questo libro mi è piaciuto ed è stato decisamente una piacevole sorpresa. Ammetto che riuscivo difficilmente a posare il mio Kobo Glo – yay! Il primo collaudo. Il primo ebook che leggo e il verdetto è piacevolmente positivo – per fare qualcos’altro.

Il libro incuriosisce fin dall’inizio e pagina dopo pagina mi ha catturata sempre più, fino a tenermi incollata. Si intuisce da subito di avere tra le mani una storia che farà emozionare, nel bene e nel male, e andando avanti si hanno numerose conferme. Il ritmo della narrazione va avanti spedito alla velocità giusta. Dà modo di godersi situazioni, personaggi, azioni, descrizioni e allo stesso tempo di essere travolti da un colpo di scena dopo l’altro. Soprattutto nell’ultimo terzo del libro. Quando sembra di poter tirare un sospiro di sollievo, si torna invece in un baratro sempre più grande. È un vortice in declino verso l’inferno e in crescendo nella narrazione.
Questo libro è senz’altro pregno di umanità. Vari tipi di umanità. Forse è anche per questo che Pastor riesce così bene nella caratterizzazione psicologia e personale dei personaggi: li fa agire più come persone che come stereotipi, tranne un paio di momenti verso la fine, che mi hanno fatto storcere il naso.
Assistiamo impotenti a situazioni di violenza e a cose che un bambino non dovrebbe mai vedere né subire. Che nessuno dovrebbe. Ciò nonostante, riesce a raccontare situazioni estreme senza far sentir male lo spettatore.
L’autore riesce a trasmettere tenerezza, angoscia, rabbia, nervoso per tutto quello che succede in quel quartiere e che nessuno sembra capire o vedere. Tutto sotto gli occhi di tutti, ma ben nascosto. Perché è così che agiscono i mostri: si fingono agnellini, si fingono perfetti. Ed è proprio sotto quella bontà e perfezione che si nasconde il male insospettabile.
I personaggi compiranno, parallelamente alle loro avventure, disavventure e vere e proprie tragedie, un percorso di crescita interiore. Da notare come Massimo, Mina e Jon siano in realtà già cresciuti fin dall’inizio, quasi adulti, ognuno a modo proprio, a causa dei loro trascorsi. Nonostante questo si dovranno scontrare con la parte concreta del male e delle sue conseguenze. Con la negligenza e l’omertà della gente e con la sufficienza con cui vengono trattati, quando cercano di chiedere aiuto, da adulti  e figure “autorevoli” come poliziotti e carabinieri, per esempio. Le crociate di Mina continueranno senza pietà e combatterà insieme a Jon e il timido e impaurito Peter, intrecciando le loro vite a quelle di Massimo per il quale, alla fine, i tre saranno la sua unica speranza.
Una delle cose che ho apprezzato, sempre riguardo ai personaggi e il loro muoversi all’interno della storia, è il contrasto tra le tre figure di Massimo, Mina e Jon e quelle degli adulti, in particolare lo zio di Massimo e il padre di Mina. Peter è un discorso a parte. I tre ragazzi infatti, tutto sommato, sono ancora piccoli. Sono loro quelli che vanno protetti, non spetterebbe a loro fare gli adulti e prendersi determinate responsabilità. Dall’altra parte invece, si muovono degli adulti cresciuti secondo l’anagrafe, ma che in realtà non dimostrano di fare il proprio dovere o ciò che è giusto. Non si prendono le responsabilità nei confronti dei ragazzi, non li proteggono e dimostrano di non sapersi relazionare con loro.

Posso solo consigliare la lettura di questo thriller, che definirei a tratti horror, credetemi. Penso che Pastor sappia scrivere bene, catturare, coinvolgere. Il suo stile è comunque lineare, chiaro, non prolisso. Penso che potrei consigliare questo libro senza esitazioni a chiunque ami leggere e abbia voglia di una lettura emozionante.


lunedì 14 gennaio 2013

La serie di Agnes Browne - Brendan O'Carroll


Non conoscevo questi libri, quindi non conoscevo – male, male – la vulcanica Agnes Browne. Ho conosciuto questi romanzi grazie a La Lettrice Rampante. Grazie, ragazza. Se non seguissi il suo blog forse mi sarei persa queste perle e sarebbe stato un vero peccato, perché questi quattro modesti volumi mi hanno conquistata come riuscirebbe a fare una tazza di tè caldo in un giorno ventoso d’inverno.

Comincerò dalla sintesi dei contenuti di ognuno dei quattro libri, per poi finire con il mio pensiero complessivo sulla serie.

Titolo: Agnes Browne mamma(originale: The Mammy)
Autore: Brendan O'Carroll

Traduzione: Gaja Cenciarelli

Editore: Neri Pozza

Prezzo: € 14,50

Pagine: brossura, 170


Siamo nei sobborghi di Dublino, nel 1967. Agnes Browne è una donna di trentaquattro anni – e all’epoca a quell’età non si poteva essere definite ancora ragazze – e ha sette figli. Sette. Il più grande ha quattordici anni, mentre l’ultimo ne ha tre. Agnes è appena rimasta vedova, ma non si può certo dire che sia stata una disgrazia, sotto il profilo umano e sentimentale. Il marito della donna infatti, usava ormai modi bruschi e violenti nei suoi confronti. Il problema rimane però sotto il profilo economico. Agnes rimane da sola coi figli e dovrà barcamenarsi in qualche modo per tirare avanti tutta la famiglia, avendo solo i guadagni dati dalla vendita di frutta e verdura al mercato di Moore Street, dove lavora tutti i giorni con la sua spassosa amica Marion. Da qui O’Carroll ci racconta tutta una serie di aneddoti, avventure e disavventure vissute dalla famiglia Browne. Addirittura il tentativo di Agnes, all’inizio un po’ buffo e impacciato, di rifarsi una vita dopo la morte del marito. Ipotesi che si concretizzerà sempre più anche nei libri successivi.


Titolo: I marmocchi di Agnes(originale: The Chisellers) 
Autore: Brendan O'Carroll

Traduzione: Gaja Cenciarelli

Editore: Neri Pozza

Prezzo: € 15,00

Pagine: brossura, 186

Il secondo romanzo si apre tre anni dopo, nel 1970 e percorre le vite dei nostri personaggi lungo gli anni in cui i figli di Agnes cominciano a crescere e a scontrarsi, alcuni di loro, con la durezza e l’amarezza della vita. Questo libro è forse quello che riesce a dare un pugno allo stomaco di maggiore impatto. Nonostante la famiglia sia sempre unita e nonostante Agnes abbia sempre cercato di crescere i propri figli nella correttezza e indirizzandoli verso la strada giusta, piuttosto che quella facile, uno di loro prenderà una via forse inaspettata e avrà luogo un triste epilogo. Un elemento che rende ancora più umana la storia.


Titolo: Agnes Browne nonna(originale: The Granny
Autore: Brendan O'Carroll

Traduzione: Gaja Cenciarelli

Editore: Neri Pozza

Prezzo: € 15,00

Pagine: brossura, 191




Ormai i figli di Agnes sono cresciuti, sono diventati adulti e hanno le proprie vite. La donna non vorrebbe che la vita e il corso degli eventi arrivino a portare su strade lontane i membri della sua famiglia, eppure succede. Alcuni scoprono di avere accanto persone diverse da quel che immaginavano, come Cathy che, ormai sposata, scopre gradualmente di aver accanto una sorta mostro, che la maltratta e la sottomette. Altri dovranno fare i conti con le seconde possibilità che offre la vita, col destino e con eventi inaspettati. Non voglio svelare altre cose, è troppo bello scoprire pagina dopo pagina cosa succede.


Titolo: Agnes Browne ragazza(originale: The Young Wan)
Autore: Brendan O'Carroll

Traduzione: Massimiliano Morini

Editore: Neri Pozza

Prezzo: € 16,00

Pagine: brossura, 232






Il quarto e ultimo volume è unicamente incentrato su Agnes. Non tanto sul suo personaggio, quanto su ciò che ha contribuito a farla nascere, crescere e diventare così com’è. Il romanzo parte dal momento in cui Agnes sta per sposarsi con Rosso. Lei e Marion parlano di ciò che sarà, guardando l’abito da sposa appeso in casa. Cominciano a ricordare eventi passati e sulla scia dei loro ricordi O’Carroll ci riporta indietro nel passato, attraverso una serie di flashback, nei quali ci racconta episodi significativi della vita di Agnes fin da bambina e della vita che scorreva prima che lei nascesse. L’incontro dei suoi genitori, il modo bizzarro in cui arrivano al matrimonio, la sua nascita, quella di sua sorella qualche anno dopo, il primo incontro con Marion, che sarebbe diventata la sua amica, il suo primo vero lavoro alla bancarella da una signora che sembra tanto burbera, chiusa e fredda quanto si rivela poi tenere ad Agnes e infine  l’incontro con Rosso. Questi alcuni degli episodi che scorrono veloci pagina dopo pagina e che, ancora una volta, riescono a rapire e coinvolgere. Quest’ultimo libro si conclude con il matrimonio che, per le circostanze anticonformiste, svela ancora una volta la personalità di Agnes.
P.S.: Questo, dei quattro, mi è sembrato quello tradotto meglio.


Eccoci, dunque.
Aver finito la serie di Agnes Browne mi ha lasciato un poco di tristezza e un velo di simil malinconia. Quella sensazione di vuoto che arriva quando si sente di aver letto un buon libro e si sa che non si può tornare indietro e riscoprirlo per la prima volta. Un libro che ti ha lasciato qualcosa di più che "sì, è carino".
Mi sembra quasi strano di aver letto la vita, le storie, gli aneddoti di personaggi di finzione. Mi sembra quasi impossibile che non fossero persone reali con vite reali.  O’Carroll in questa serie, saga familiare - chiamatela come vi pare – ha il massimo pregio di riuscire a far credere che da qualche parte a Dublino, in passato, possa essere esistita davvero questa famiglia. Fa emergere i personaggi dalla carta, non c’è che dire. Mentre leggevo, sembrava quasi di seguire da dietro un muretto le avventure e sventure di Anges, amici e figli. Come osservare da un angolino privilegiato. Non so, come se stessi leggendo di storie vere.
L’autore riesce inoltre a raccontare con uno sfrontato umorismo, a volte anche molto molto diretto – ma mai esagerato e oltre il limite – che diventa un ulteriore elemento di caratterizzazione di molti personaggi e dà corpo alla storia, alla serie di eventi. Sicuramente un umorismo meglio compreso dagli anglosassoni, in particolare dagli irlandesi, credo. Eppure devo dire che, nonostante io sia convinta che rendere determinati modi di dire, di scherzare ed espressioni varie in un’altra lingua sia difficilissimo e non avendo il metro di paragone giusto – non avendoli letti in lingua originale – qui la traduzione sembra decisamente degna. Riesce a non farti capire che quella originale è un’altra lingua – nei limiti, ovviamente. Nella lettura si procede spediti, non ci si arresta e non si zoppica su espressioni, parolacce e quant’altro. Mi sembra che in queste traduzioni si sia cercato di rendere al meglio i libri.
Questi romanzi trasudano di un’atmosfera di anni passati, di un luogo che sembra lontano, di sobborghi di un’Irlanda urbana, di proletariato, di famiglia. Di vita. Lo stile è asciutto, diretto, scorrevole, chiaro, coinvolgente. Non riesco a trovare molti difetti in questi quattro romanzi.
Come dicevo, mi hanno addirittura lasciato un velo di tristezza dopo aver terminato. So che quei personaggi, e il modo in cui la loro vita è stata raccontata, mi mancheranno.
Il mio unico “rimpianto” è il fatto che libri non siano miei, ma per fortuna mi riempio di gioia quando in biblioteca si riescono a trovare questi gioielli.



mercoledì 9 gennaio 2013

La profezia segreta di Mozart - Matt Rees


Innanzitutto: buon anno lettrici e lettori a tutto tondo. Divoratori o anche solo degustatori (esiste questa parola?) e spizzicatori (perché, questa?) di pagine inchiostrate – accettiamo anche quelle elettroniche, che però non si possono sniffare, come io vorrei. Sigh.
Spero possiate passare attraverso letture entusiasmanti da qui all’eternità. Se non fosse proprio possibile, almeno da qui alla fine dell’anno.
 
In generale penso che non riuscirò mai – mai dire mai – a sfornare più post alla settimana. Riuscire a tenermi sulla media di uno o due – va come punta in alto - post settimanali, mi va già più che bene, per ora. Poi in futuro, chissà. Questo mese, però, c’è la simpatica sessione invernale all’università, quindi potrei anche non riuscire nel mio obiettivo. E credo che sarà così ogni qual volta entrò nel girone degli esami. Dubito che interessi, ma lo dico lo stesso. Toh.


Veniamo a noi.

Titolo: La profezia segreta di Mozart
Titolo originale: Mozart's last aria

Autore: Matt Rees

Traduzione: Pierluigi Cau

Editore: Newton Compton, agosto 2012 (originale 2011)
 
Prezzo: € 9,90

Pagine: 320



Sei in un centro commerciale dove, tra l’altro, fanno lo sconto canonico del 15% su tutti i libri. Girovaghi un po’, scorri con gli occhi immagini di copertine, titoli di libri e nomi di scrittori. Ad un certo punto vedi, così, per caso, un libro la cui copertina e il cui titolo ti attirano (anche se, sapendo di quale casa editrice si tratta, sai che sicuramente il titolo è stato tradotto alla cavolo per apportare più enfasi al libro e la fascetta di certo non aiuta a dare un minimo di credibilità). Ancora di più, diciamolo, ti attira il bel bollino – bollone, anzi – rosso appiccicato in bella vista sulla copertina, che ti dice “Ehi, ciao, mi puoi avere a 9,90 €”. Con in più lo sconto del 15 % si può anche correre il rischio e comprarlo.


Salisburgo, 10 ottobre 1829. Trentasette anni dopo la morte di Mozart, suo figlio riceve dall’ormai anziana zia Nannerl e sorella del musicista, il diario dove la donna racconta il viaggio intrapreso dopo la morte del fratello; un’avventura che l’ha portata a conoscere la verità nascosta sulla morte del compositore. Mozart, infatti, negli ultimi giorni di vita esprimeva convinzioni sul fatto che fosse stato avvelenato.

Per scrivere il libro, l’autore ha passato del tempo a documentarsi sul celeberrimo musicista, sulla sua vita, ma più che altro sull’ultima fase di questa e sulla morte e i misteri che ancora oggi nasconde. Ha riesumato vari personaggi, rimanendo per metà fedele alle loro presunte caratteristiche e per l’altra metà prendendosi licenze poetiche più o meno eclatanti, in modo che fossero funzionali al romanzo che avrebbe dovuto costruirci sopra. Nonostante sapessi che l’autore ha macinato su fatti realmente accaduti e persone realmente esistite, ho cercato di non prendere troppo sul serio il tutto e allo stesso tempo, dall’altra parte, ho cercato di tenere conto del fatto che, in ogni caso, si trattava di fatti storici. Altrimenti la mia prospettiva, la mia percezione del libro e il mio giudizio, non avrebbero avuto ragion d’essere.

Il personaggio principale è senz’altro la sorella del compositore defunto, la quale decide di dover appunto partire e scoprire a qualunque costo e a qualunque rischio cosa sia realmente accaduto al fratello. Decide che glielo deve. Attraverso il diario che, ormai vecchia, consegna al nipote, scopriamo le sue “avventure”, la storia e il viaggio che la porta a conoscere, attraverso rischi quasi mortali, la verità. Nannerl non ha una definizione nitida, come personaggio. Apprendiamo più del suo viaggio che della sua persona. Sembra semplicemente usata come espediente per le scoperte. Peccato che queste ultime non riservino queste grandi sorprese che un lettore/lettrice potrebbe apettarsi da questo libro. Forse il tutto è influenzato dallo stile calmo, pacato e lento dell’autore. Con questo non vorrei portare fuori strada chi non ha letto il libro. Ho apprezzato infatti lo stile in sé, inteso proprio come modo di scrivere. L’uso e la lunghezza delle frasi, l’uso dei termini, la scorrevolezza e via dicendo. Per quanto riguarda il ritmo però, come dicevo poco prima, trovo che il libro perda di quel guizzo che avrebbe potuto conferirgli più enfasi, più attenzione e coinvolgimento da parte del lettore.
Detto questo, potrei forse definirlo come libro mediocre? Non saprei. Forse potrei definire come “a metà” la storia, come priva di quel poco di sostanza in più che mi avrebbe catturata, ma non posso definire mediocre il modo in cui il libro è scritto. È un peccato. Ci sono libri che hanno un potenziale nella storia che non viene poi espresso a pieno nel modo in cui viene scritta e raccontata e ci sono libri in cui succede il contrario: storia con poca “ciccia”, senza quel quid in più o anche solo necessario, scritta però in modo scorrevole, fluido, non macchinoso. Meritevole quindi.

Se mi chiedessero un consiglio su questo libro quindi, non risponderei in modo assolutamente categorico: non direi sì e non direi no. Direi che non è una lettura così fondamentale o così importante e che, forse, non ci si perderebbe molto a non aver letto il libro. Tuttavia direi anche che, come già detto, è scorrevole, fluido e tutto sommato carino. Per passare qualche ora in relax, senza leggere nulla di troppo impegnativo né troppo emozionante o di impatto. “E allora cosa lo leggo a fare?” qualcuno potrebbe giustamente rispondere.